|
ASCOLTARE
ANIMA E CORPO:
LE
VIE NATURALI PER CURARE DEPRESSIONE, ANSIA E PANICO
Articoli tratti dal giornale "L'Albero
Sacro" nr. 6
PANICO? È NATURALE di Stefano
Fusi
Forse per comprendere le malattie dell'anima
dobbiamo comprendere le malattie del mondo. (James Hillman,
psicanalista)
Siamo tutti depressi, stressati e impauriti? Forse
non tutti, ma moltissimi. Sempre di più. Così sembrano
dirci studi, mass media, grandi esperti. Da quando siamo bambini
in poi. E giù con le ricette. E i farmaci. E le terapie.
The show must go on, lo spettacolo deve continuare. Dobbiamo riprendere
a lavorare, produrre, consumare, non c'è tempo per capire
perché non ci piace e non ci soddisfa la vita che facciamo.
Ma se fosse il distacco dalla natura, dalla nostra interiorità,
a farci sentire male? "Panico" è una parola che
viene dal grande Dio Pan dei Greci antichi, il Dio della natura:
significa anche "Tutto": nel senso che natura siamo noi
stessi, è ogni cosa. E in effetti panico, oggi, significa
"paura di tutto".
Ma il significato originario della parola, oggi, è appunto
rovesciato nel suo opposto.
Se fosse proprio la mancanza di natura e di naturalezza nella nostra
vita, a farci paura? Se Pan fosse l'antidoto, non il veleno?
Se la nostra anima stesse male perché non riconosce di essere
parte dell'anima del mondo, di un mondo animato e vivo?
Se la causa dei malesseri esistenziali fosse uno stile di vita in
cui i rapporti umani sono compressi, artificiosi, distorti se non
assenti?
Se fosse una scuola che taglia fuori i bambini da esperienze vitali,
li immobilizza nel corpo e nell'anima, prepara il terreno per l'ansia
dell'inadeguatezza? Se fosse un mondo in cui dobbiamo a forza inquadrarci
in un ruolo e in una funzione per essere rispettati e accettati,
se fossero modelli illusori di salute e di benessere, se fossero
insostenibili standard economici e sociali a farci sentire fuori
posto, privi di scopo nella vita? Se fossero cure tecnologiche,
farmacologiche e specialistiche, coltivate da interessi economici,
a causare danni?
E se fossero anche (non sia mai!!) motivi politici e altro ancora,
di cui parlare è tabù? Se fosse sano soffrire di tutto
ciò? Se fosse sano rifiutarsi di accettarlo e scegliere altrimenti?
Domande legittime. Cui non bastano risposte di circostanza, che
riducono il problema a una questione tecnica di gestione dell'anima,
la cui cura andrebbe affidata a medici, farmaci, terapeuti. Servono
invece risposte limpide, basate su riflessioni libere da preconcetti.
Servono i confronti fra persone che pur avendo un ruolo istituzionale
di docenti, medici e psicoterapeuti, sappiano andare al di là
della loro specializzazione per abbracciare una visione più
ampia della propria professione e del proprio compito.
RICONGIUNGERSI ALLA NATURA di
Stefano Fusi
Riconoscerci parte della natura ci fa uscire anche dal senso di
separazione e solitudine, anticamera dell'ansia, della depressione
e di molti malesseri esistenziali. Anzi, di quello che è
il principale male dell'anima, oggi: sentirsi avulsi dalla realtà
e isolati. Un prodotto della separazione dalla natura, del vivere
in un mondo artificiale in cui crescita graduale, sviluppo lento,
radicamento, attesa, calma, naturalezza, sobrietà sono quasi
diventate bestemmie. In realtà, possiamo curarci solo se
insieme curiamo il mondo: una psicologia individuale, o di gruppo,
o familiare, è inefficace se non tiene conto del fatto che
il nostro stesso modo di vivere causa patologie psicologiche; che
a loro volta sono concausa delle distorsioni ambientali e delle
crisi dovute all'eccesso di consumi e di sprechi energetici. Comprare
cose ci serve a lenire l'ansia di essere scollegati dal mondo; consumare
i rapporti umani rendendoli merce; consumare il mondo e tutta la
realtà è insieme causa ed effetto della crisi ecologica.
È una spirale perversa, che si può spezzare solo riprendendo
coscienza dei nostri legami di interdipendenza con la natura e del
fatto che, anzi, ne siamo semplice parte. L'ecosofia lo definisce
il passaggio dall'antropocentrismo al biocentrismo.
"Non possiamo restaurare la nostra salute
e il nostro benessere se non restauriamo la salute del pianeta".
(Theodore Roszak, fra i fondatori dell'ecopsicologia, studioso
della "controcultura").
LA DEPRESSIONE E' REALMENTE UNA MALATTIA?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità
ha affermato sul World Hearth Report, il rapporto periodico sulla
salute mondiale, che: “Entro il 2020 la depressione salirà
al secondo posto tra tutte le malattie che generano disabilità”.
Secondo il dott. Roberto Cestari, presidente della sezione italiana
del Comitato Internazionale dei Cittadini per i Diritti dell’Uomo,
affermare che la depressione è una malattia è diventato
oggi una specie di slogan, un luogo comune. Eppure la depressione
non corrisponde a nulla di ciò che nell’ambito medico
si definisce malattia: essa è solo il sintomo non la causa
della condizione. (...)
A questo punto si può anche scegliere di prescrivere e assumere
psicofarmaci, anche se sarebbe importante parlare dei possibili
effetti collaterali di questi prodotti. Ci sono infatti studi che
indicano come gli psicofarmaci possano lenire il sintomo solo in
una percentuale di casi e non in tutti. Per di più sono stati
documentati effetti collaterali anche molto gravi.(...)
Un’altra voce critica nei confronti dell’allarmismo
e della facile pillola è quella di Marco Bertali, psichiatra
presso il centro di salute mentale dell’azienda sanitaria
di Gorizia. Egli afferma infatti che l’allarmismo che si sta
facendo lancia il messaggio fuorviante secondo cui ci sono milioni
di depressi che sono malati mentali e che quindi devono avere garantito
il diritto alla cura, cercando di convincerci che sia un diritto
da tutelare ricevere un trattamento, volente o nolente che sia il
soggetto da trattare.
In questo modo lo psicofarmaco si trasforma in un diritto, da imporre
se necessario in nome del singolo e della collettività. La
sofferenza per essere lenita richiede invece ascolto e comprensione,
psicoterapie individuali e di gruppo, relazioni di auto-mutuo-aiuto,
reti sociali solidali, formazione e inserimento nel mondo del lavoro,
condizioni di vita dignitose, non psicofarmaci. (...) Utilizzando
lo psicofarmaco si impone alle persone l’oblio di se stessi
e di tutto il resto, il sintomo viene nascosto e non viene compreso
nè tanto meno utilizzato per cambiare la propria vita; certo
così fa meno male, ma questo si radicherà ancor più
nel profondo. (...)
Di questo passo si arriverà addirittura al punto in cui i
genitori saranno contenti che gli psichiatri vadano nelle scuole
a controllare la situazione psichica ed emozionale dei propri figli,
fin dalla più tenera età, per comprimere, appiattire,
standardizzare.
(Stralci tratti da un articolo di Claudia Benatti, giornalista
e portavoce di Vaccinetwork, apparso su Salute è -inserto
di Aam Terra Nuova- dicembre 2005.)
PREVENIRE E CURARE L'ANSIA E LA DEPRESSIONE
CON LA MEDICINA OMEOPATICA del dott. Andrea Valeri
(medico omeopata, responsabile del dipartimento di
ricerca clinica della Società Italiana di Medicina Omeopatica
SIMO, e componente della Commissione Nazionale per le Medicine non
Convenzionali della FNOMCEO)
Le sindromi ansiose e depressive sono in notevole aumento: almeno
il 10% degli italiani ha sofferto di depressione una volta nella
vita. I farmaci convenzionali hanno problemi di efficacia e di sicurezza
nella cura di queste malattie; inoltre, non hanno nessun effetto
sulle predisposizioni psicologiche (per esempio l'insicurezza),
che aumentano la possibilità di sviluppare una vera patologia.
L'omeopatia, correttamente applicata, riduce le predisposizioni
psicologiche che portano alle sindromi ansiose e depressive, e può
curare quest'ultime efficacemente, economicamente e senza effetti
collaterali. Inoltre, l'omeopatia si può integrare con altre
metodiche preventive e terapeutiche (ad esempio psicoterapia, Yoga
e così via), ed ha un'azione di supporto ai farmaci convenzionali
usati nelle patologie più impegnative.
ABITARE L'ANIMA PER COMPRENDERE LA MALINCONIA
E LA DEPRESSIONE. di Elio Occhipinti (Psicologo
e psicoterapeuta, autore di diversi libri, insegna Medicina Psicosomatica
in corsi ECM e con l'Istituto Europeo di Formazione ha avviato una
Scuola di Naturopatia a indirizzo psicosomatico. )
Nel linguaggio moderno la parola "malinconia"
o "melanconia" si usa per indicare indifferentemente cose
alquanto diverse tra loro.
Nella nostra cultura medica viene indicata come prodromo della depressione,
e viene riconosciuta come tale quando si accompagna a sensi di colpa
e a umore depresso, sintomi però non scatenati da eventi
ben identificabili e per lo più non caratterizzati da ansia.
Le persone che ne soffrono manifestano anche insonnia, perdita dell'appetito
e incapacità di trarre piacere.
Questo "atteggiamento" scientifico, di sicura utilità
per diagnosticare preventivamente una patologia depressiva, ha messo
però in ombra la malinconia come "stato dell'anima",
talvolta penoso e deprimente e talaltra dolcemente pensoso o nostalgico,
includendo tutte le manifestazioni in un'unica definizione di carattere
clinico.
Già Aristotele parlava della malinconia, del suo assumere
numerose forme e della sua instabile fluttuazione, ma proprio per
questa mutevolezza, per questa intrinseca capacità di trasformazione
egli la indica come lo stato dell'anima necessario alla creatività,
una passione "costantemente incostante".
Anche Platone ne parlò diffusamente, suggerendo che la malinconia
è lo stato psichico tipico di chi si occupa di metafisica
perché essa induce, con i suoi vortici mutevoli, a superare
le barriere della logica ed esplorare il mondo dell'immaginale,
di ciò che sta oltre le apparenze.
La storia della cultura e dell'arte è contraddistinta da
questo stato d'animo: la solitudine, l'afflizione, il rifiuto di
ogni contatto umano sono l'immaginario crogiolo dove l'artista e
il saggio si "cuociono", dove si impara ad uscire dal
sé abituale, dove è possibile rappresentare e rappresentarsi
l'altro da sé, percepire la realtà da un altro punto
di vista.
Che grande opportunità! Ma quanti sono disposti a coglierla,
a perdere anche solo per un momento il controllo di sé? Temere
lo stato malinconico, non lasciarlo fluire, volerne uscire al più
presto significa rinunciare alla sua forza creatrice alla sua capacità
di rivedere la nostra convinzione sull'importanza dell'Io, di ciò
che Io credo di essere.
IL LINGUAGGIO DEL CORPO di Ivano Gamelli
(Docente di Pedagogia del corpo e Teorie e pratiche autobiografiche
alla facoltà di Scienze della Formazione dell'Università
degli studi di Milano-Bicocca)
"Sapere cosa provo attraverso il mio corpo
di fronte all'altro mi permette non solo di capire cosa l'altro
prova, soprattutto di generare naturalmente un'effettiva sintonizzazione,
di evidenziare e nominare emozioni e sentimenti che in-formano la
relazione con quel particolare bambino, adolescente o adulto che
sia."
Il rapporto con il linguaggio del corpo, prima ancora di divenire
pratica psicopedagogica, è una 'pedagogia dell'esistenza'.
Una pratica della nostra quotidianità che possiamo affinare
oltre e prima che essa diventi pratica psicopedagogica, come ci
ricorda Alberto Melucci nella riflessione che segue: Una delle esperienze
più comuni in cui il conflitto del corpo si manifesta nella
nostra vita quotidiana sono i piccoli mali, tutti quei fastidi e
disagi fisici per i quali normalmente non riteniamo necessario un
intervento medico. (…) Ciò che connota i piccoli mali
è il fatto che essi sono nel corpo. Abbiamo mal di testa,
mal di stomaco, mal di schiena, e così via (…) Quali
sono le risposte correnti che più o meno tutti utilizziamo
verso i piccoli mali? La più generale è la negazione.
Ciò significa che anche se fisicamente continuiamo a registrare
tutti i disagi di cui sappiamo, non facciamo posto alla possibilità
di nominare, di dare un senso a questa parte della nostra esperienza
(…) L'altra risposta fondamentale ai piccoli mali è
il ricorso ai farmaci. Attraverso i farmaci si ottiene il risultato
fisiologico di ridurre o annullare il fastidio, allontanando fisicamente
l'ospite.
Ma si raggiunge anche l'effetto, più importante dal punto
di vista psicologico, di cancellarlo dalla lista. Dove prima c'era
una presenza creiamo, mentalmente e affettivamente, uno spazio vuoto.
Il silenzio del corpo. A noi allora decidere se cancellare questa
relazione con un'elaborazione mentale o con i farmaci, oppure se
assumere la responsabilità di dare senso alla nostra finitezza."
LA MALATTIA E' UNA METAFORA: LA CONSAPEVOLEZZA
E' LA CURA.
di Gabriella Mereu (Medico
omeopata e naturopata. Esercita a Cagliari. Ha pubblicato il libro
“La
terapia verbale”, in cui espone il proprio metodo
di cura basato sulla “lettura” e interpretazione psicosomatica
e spirituale delle espressioni usate dai pazienti per descrivere
le proprie malattie).
La terapia migliore è quella che segue tre parametri: agire
nel minor tempo possibile, essere la meno traumatica possibile e
la meno dispendiosa possibile. Curano tutti: i medici con i farmaci,
gli omeopati con i rimedi, i chirurghi, gli agopuntori, gli sciamani,
la medicina popolare. Dietro questo fenomeno vi è un fatto
molto semplice: che il paziente si cura da solo. (…) La medicina
e il medico sono solo dei veicoli e il medico dovrebbe funzionare
solo da guida, perché la guarigione fisica si attui insieme
alla consapevolezza e alla evoluzione del paziente.
La malattia è un'espressione che non fa
altro che rivelare in maniera metaforica un vissuto emozionale che
ha portato alla malattia stessa.Usando quali strumenti l'analogia,
i simboli archetipici e la grafologia - scienza questa che si fonda
su basi analogiche -, traduco al paziente ciò che il suo
inconscio desidera comunicare e ciò avviene contro ogni logica
dell'attuale medicina.”
“Credo che non esistano le malattie, ma ‘la malattia’.
Essa non è altro che l'espressione di un'afflizione del paziente
che si manifesta in un diverso modo, sia nel linguaggio che nella
sua espressione fisica.”
|