
Mentre
l'ambientalismo o l'ecologia cercano di "limitare i danni"
, o gestire più efficientemente l'ambiente naturale a beneficio
dell' "uomo" , l'ecologia profonda implica
un rinnovamento del rapporto uomo-natura e riconosce che l'equilibrio
ecologico esige mutamenti profondi nella percezione del nostro ruolo
nell'ecosistema planetario.
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Se
vuoi cambiare il mondo
Devi cambiare l’essere umano.
Se vuoi cambiare l’essere umano
Devi far sì che voglia cambiare.
Esther
Gress (1921-2002) poetessa danese |
Non
puoi ricostruire il mondo
Senza ricostruire te stesso.
Ogni nuova era inizia dall’interno.
È un evento intimo, con sorprendenti possibilità
per una liberazione interiore.
Ben
Okri, scrittore nigeriano
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VERSO
UN’ECOLOGIA PROFONDA
( Articolo
estrapolato da uno scritto di Guido Dalla Casa (si
interessa di filosofia dell'ecologia e di filosofie orientali. Ha pubblicato
L'ultima scimmia -1975- e Guida alla sopravvivenza -1983- per le Edizioni
MEB, Verso una cultura ecologica -1990- ed Ecologia Profonda -1996-
per la Casa Editrice PANGEA, oltre a numerosi articoli su varie Riviste.
Potete trovare la versione completa sull sito: http://www.estovest.net/index.html)
I
fiumi, o caro, scorrono gli orientali verso oriente, gli occidentali
verso occidente. Venuti dall’Oceano celeste, essi nell’Oceano
tornano e diventano una cosa sola con l’Oceano. Come là
giunti non si rammentano di essere questo o quest’altro fiume,
proprio così, o caro, i viventi, che sono usciti dall’Essere,
non sanno di provenire dall’Essere. Qualunque cosa siano qui sulla
Terra - uomo, tigre, leone, lupo, cinghiale, verme, farfalla - essi
continuano la loro esistenza come Tat. Qualunque sia questa essenza
sottile, tutto l’Universo è costituito di essa, essa è
la vera realtà, essa è l’Atman. Essa sei tu, o Svetaketu.
(Chandogya Upanishad, 10° khanda)
Ecologia
di Superficie
Nell'
“ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata
da un numero rapidamente crescente di persone si mantiene la distinzione
fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la
Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica
che abbiamo”, è “la nostra casa”, è
un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente”
perché l’umanità possa viverci meglio: le modifiche
devono essere fatte “a misura d’uomo”.
Ad esempio, una palude va salvata perché fa da polmone nelle
piene, perché è ricca di vita e quindi ci fornisce un
buon sostentamento (prelevando quel tanto che non intacca l’equilibrio
dell’ecosistema), perché ci possiamo ricreare andandola
a vedere, e così via.
La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché
abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte
specie potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi
medicinali e per scopi ricreativi o di conoscenza.
Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno
evidenti. Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie
che vi si sono adattate e perché questo ambiente possa servire
da palestra per il nostro ardimento, visto come un notevole valore “sportivo”.
In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’uomo
non viene messa in discussione.
Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche
o protestanti rientra nella categoria dell’ecologia di superficie.
Tali posizioni sono figlie dell’Occidente, danno grande valore
all’uomo e alla “storia” e hanno come mito il “progresso”.
Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale
(cioè la “materia” o il “mondo fisico”)
sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può
e deve modificare a suo vantaggio. Il fatto di ritenere che esista un
Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista
(materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le
posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè
allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare
il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito
selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di
“spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli stessi.
Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore
francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il
nome di Cartesio.
In sostanza in questa visione del mondo la natura va protetta perché
è “res communitatis” e non è “res nullius”.
Resta comunque sempre “res”, si tratta di “proprietà”,
di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si deve “utilizzare”.
Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della
cultura occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai
princìpi qui accennati: del resto, se così non fosse,
probabilmente avrebbero un sèguito numerico minore.
Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo
visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi
organo considerato come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo
di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo,
per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione equilibrata
e il suo sviluppo.
Poiché questa concezione si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente,
non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica
di ogni individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione”
o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare
come prima, installando filtri e depuratori e salvando qualche isola
di Natura in giro per il mondo.
Ecologia
Profonda
Partendo
da una diversa visione del mondo, nella quale gli atteggiamenti ecologisti
assumono una connotazione metafisica, che va ben oltre a semplici considerazioni
di utilità, opportunità ed estetica, appare evidente che
la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri
viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un
valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario,
così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi
in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di
queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la
Natura fosse un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni
come “il Complesso dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione
apportata al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone
preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio
psicofisico del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma
è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla
nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è
l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo,
o di specie), saranno considerati valori la conoscenza, la serenità
mentale, l’attenuazione dell’ego e la percezione: in definitiva
una sorta di identificazione con la Mente Universale, di sintonia con
il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana
appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché
è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia
profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria
di alcunchè. Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa
agli invasori europei che volevano comprare la parte migliore del territorio
Lakota: “La terra è del Grande Spirito; non si può
vendere né comprare”. E’ un peccato non conoscere
le lingue amerindiane, perché probabilmente il significato reale
era “la terra è il Grande Spirito”. Naturalmente
i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata
concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono
condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture
umane sono vissute nella Natura senza preoccuparsi del progresso e della
storia. Anche se niente è statico, tutto è dinamico e
fluttuante, questo non significa che siano necessari i concetti di progresso
e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono solo
a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun
significato universale.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado
di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà
industriale sulle altre culture umane.
Nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato.
Sono valori “in sé” l’equilibrio globale e
la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi
e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione”
sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive
o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi
presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche
tali da prelevare qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro
- i rifiuti, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile
con la condizione stazionaria.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è
- in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà”
è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio
di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi
dell’Occidente” e niente di più. Non c’è
nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore
della civiltà degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei
Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra. Allo stesso
modo nell’ecologia profonda non ha alcun senso parlare di specie
“utili”, “nocive” o “innocue”, in
quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in
sé stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a
qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente”
viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una
Entità psicofisica molto più vasta, cioè della
Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel
più grande equilibrio dinamico delle specie; è un sistema
autocorrettivo dotato di Mente.
Se
mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione,
e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete
logicamente e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano.
E
nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante
vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione
morale o etica.
L’ambiente
vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio.
La
vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o
gli individui della vostra specie in antitesi con l’ambiente formato
da altre unità sociali, da altre razze, dagli altri animali e
dalle piante.
Se
questa è l’opinione che avete sul vostro rapporto con la
natura e se possedete una tecnica progredita, la probabilità
che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno.
Voi
morrete a causa dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o,
semplicemente, per il sovrappopolamento e l’esagerato sfruttamento
delle risorse.
(G.
Bateson, Verso un’ecologia della mente, 1976