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Recensioni: "Selvatico e coltivato"

RETE BIOREGIONALE ITALIANA -ED. STAMPA ALTERNATIVA-

Articolo tratto da "il manifesto" del 06 Gennaio 2004
TERRA TERRA
La vita, selvatica e coltivata

(Chiara D'ottavi)

«Come difendere la Terra?» Nel volume Selvatico e Coltivato (ed. Stampa Alternativa-Eretica, pp.189, 10 euro) cinquantatré autori di varia età e provenienza socio-culturale tentano di rispondere a questa storica domanda, oggi più che mai drammatica. E non lo fanno soltanto attraverso le parole contenute nel libro - parole che intrecciano racconti, intensi e toccanti,
di vita vissuta - ma, soprattutto, con azioni concrete. Quasi tutti, infatti, sono membri della Rete Bioregionale Italiana, un'associazione nata nel 1996 per collegare le varie esperienze di re-inabitazione, ovvero di ritorno alla terra, in Italia. Molti di loro hanno scelto di diventare contadini biologici, basando la propria vita sull'autoproduzione e l'autosussistenza, in sintonia con i ritmi millenari del pianeta, nonché con l'ampia comunità dei «viventi»: animali, piante, uomini e rocce, tutti interconnessi e di pari dignità. Le esperienze raccontate sono lo specchio di cammini che, per quanto diversi l'uno dall'altro (la maggior parte degli
autori sono sì contadini e neocontadini ma ci sono anche storie di vita urbana), sono accomunati da una consapevolezza comune attinta da modelli primitivi comunitari e sostenibili, come quelli degli Indiani d'America, degli Aborigeni e della civiltà neolitica. Una visione ecologica profonda, squisitamente ecocentrica, emerge dalle pagine del volume, aperto dal poeta statunitense premio Pulitzer Gary Snyder, uno dei fondatori deel bioregionalismo e difensore appassionato della wilderness, modello per I
vagabondi del dharma del suo amico Kerouac. Negli scritti la poesia si è fatta arma per difendere la Terra: un'arma poetica e, quindi, selvatica. I re-inabitanti (altro modo in cui si definiscono i bioregionalisti) di Selvatico e Coltivato hanno fatto del «selvatico» la propria guida, sia che abbiano scelto di vivere in famiglia o in relativa solitudine o in una comune. Scrive Jaqueline Fassero: «E' ritornato il linguaggio della selvaticità, il richiamo profondo delle radici che ci collegano attraverso i
mondi sotterranei e cosmici. Siamo, con i piedi per terra, nella rete senza inizio né fine, immersi in una danza rivolta alla Terra». Per scoprire che non c'è distinzione non solo tra il pianeta e i suoi abitanti ma anche tra l'ambiente esterno e la vita interiore: «coltivando l'amore, il silenzio, la calma», sostiene Francesco D'Ingiullo «si riesce a rigenerare la vita nell'ambiente. E quando l'ambiente attorno a noi è integro si sviluppano queste stesse qualità dentro di noi».

Dal «deserto ecologico» delle metropoli ma anche di zone rurali assuefatte a un'agricoltura invasiva e ultratecnologizzata, dalla campagna umbra fino ai boschi ancora selvatici del nostro Paese, il selvatico, onnipresente e multiforme, insegna all'uomo di oggi la vita reale invitandolo a interrogarsi e ad agire. Consapevoli che gran parte dell'arroganza e delle nevrosi contemporanee deriva dal suo allontanamento dalla natura e dalla sua «superba volontà di strafare» (Mario Cecchi), gli autori si fanno portatori di un'alternativa forse senza precedenti al modello socio-economico dominante, che supera lo stesso ambientalismo tradizionale. E non si tratta di una visione romantica o naive della natura ma di realismo autentico, perché «solo un radicale cambiamento può salvarci la vita, solo ricominciando a considerare e a rispettare come esseri viventi anche i fiumi, le colline, le valli e i mari, riusciremo a smetterla con la vecchia follia di dominarli, controllarli, depredarli» (Troglodita Tribe).

Se il «selvatico» può arricchire la vita quotidiana di tanti singoli individui - manifestandosi nelle diverse attività, dallo zappare la terra al raccogliere legna, allo scrivere o al crescere i propri figli - potrà forse arrivare a ispirare, su scala più ampia, un vero programma politico nuovo, che servirà a ristabilire un «patto di alleanza gioiosa con la Terra». Un domani, si spera, non troppo lontano.

 

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Questa volta non poeti o scrittori, ma semplici abitanti della terra, si sono raccontati nella speranza che sempre più persone possano trarne uno spunto di riflessione. Un'opera collettiva in cui 53 persone provenienti da luoghi diversi d'Italia, che abitano la campagna così come la città si sono interrogati sul loro rapporto con la selvaticità, e hanno partecipato a questo lavoro per tentare di rispondere, dando voce alle proprie esperienze, a una domanda che potremmo riassumere con queste parole: difendere la Terra, come?

Si è raccontato e messo in luce la varietà colorata dei paesaggi, delle forme di vita e dei sentimenti, ma soprattutto ci si è resi conto di avere in comune la consapevolezza che la propria crescita dipende dalla terra che ci nutre.

Tutti concordano sull'importanza di mantenere o salvare territori che hanno perso con il tempo la loro identità perchè nessuno li curava più. Molti sono dei Ri-abitatori che hanno cambiato stile di vita per ritornare ai ritmi naturali del lavoro della terra.

Quanti abitano in città hanno invece dimostrato che lo spazio del selvatico non ha confini. esso si diffonde ovunque si crei uno spiraglio di vita, attecchisce e cresce in luoghi e forme impensabili, e chi li sa riconoscere si trova a parlare lo stesso linguaggio di chi vive lontano sulle colline.

Un bellissimo lavoro che parte da esperienze di vita semplice, ed è una testimonianza preziosa e concreta di come sia possibile per ognuno diventare ri--abitatore della proprio luogo.

(Potete richiedere il libro alla nostra associazione)

©2003 Albero Sacro